Quel bisogno interiore di salvare tutti tranne sé…


“Quel bisogno interiore di salvare tutti tranne sé…”

Ormai mi conoscete: quando una frase mi colpisce, non riesco a lasciarla cadere senza averci ragionato un po’.

Quante volte abbiamo la sensazione di dedicare molto più tempo al benessere degli altri piuttosto che al nostro? Di essere più efficaci, più presenti, più motivati quando ci muoviamo per qualcuno, piuttosto che per noi stessi?

Sono convinto che almeno una volta nella vita, ognuno di noi abbia avuto un pensiero di questo tipo.

Come psicologo, questo meccanismo lo incontro spesso sia nelle storie delle persone che mi siedono di fronte, sia — e questo mi sembra importante dirlo — lo riconosco anche in me, e probabilmente anche in molti colleghi.

Perché c’è qualcosa di particolare in chi sceglie professioni di cura: una predisposizione autentica all’ascolto, alla vicinanza, all’empatia. Qualità preziose. Ma che a volte nascondono un’altra verità, più silenziosa: prendersi cura degli altri può diventare il modo più sofisticato per evitare di prendersi cura di sé.

Non è ipocrisia e non è calcolo. È quasi sempre qualcosa di più antico. Spesso nasce dall’idea — imparata molto presto, a volte in famiglie dove bisognava “guadagnarsi” l’amore — che il proprio valore dipende dall’essere utili. Erroneamente si è portati a pensare che meriteremo la giusta attenzione solo in funzione di qualcosa o qualcuno. Ed allora aiutare diventa, senza che ce ne accorgiamo, il prezzo d’ingresso per sentirsi degni di esistere nello spazio delle relazioni.

Il dolore degli altri diventa urgente. Il nostro, invece, lo possiamo rimandare, normalizzare: tanto ci siamo abituati.

C’è anche un aspetto che trovo particolarmente interessante: occuparsi degli altri dà un ritorno immediato e visibile. La gratitudine, il cambiamento, il senso di aver fatto la differenza. Lavorare su noi stessi, invece, richiede di tollerare l’incertezza, il vuoto ma soprattutto il tempo senza alcun risultato certo. Ed è molto più difficile.

Ma c’è un paradosso, in tutto questo. Chi “salva tutti”, spesso lo fa anche perché stare nella vita degli altri è più sopportabile che stare nella propria. Gli altri diventano — inconsapevolmente — un rifugio da sé stessi, sono un posto dove non bisogna fare i conti con le proprie domande senza risposta.

E allora la vera questione non è perché siamo fatti così . La vera questione è: cosa succederebbe se rivolgessimo a noi stessi anche solo una parte dell’energia, della pazienza e della gentilezza che riserviamo agli altri?

Non lo chiedo come provocazione. Lo chiedo perché è la domanda più difficile che mi viene in mente e forse conosco. Quella a cui è più facile non rispondere, rimandando — indovinate un po’ — ad aiutare qualcun altro.

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