Suicidio…iniziamo a parlarne?

I casi sempre più frequenti degli ultimi giorni, mi obbligano a parlare di suicidio. E’ un tema sul quale è fondamentale rompere il silenzio, anche se va fatto con rispetto e delicatezza, senza lasciarsi andare a sensazionalismi. Infatti non parlerò né di statistiche né di numeri, voglio solo accendere un primo lume sull’argomento.

“Suicidio” è una parola che fatichiamo a pronunciare, spesso lo si fa a voce bassa per paura di renderla troppo reale, ed ancora più spesso viene “nascosta” nel silenzio. Purtroppo però, è proprio il silenzio a costituire uno dei problemi più grandi. Parlare di suicidio, significa riconoscerne l’esistenza e soprattutto certificare il fatto che riguarda persone vere, che combattono con storie complesse, e che spesso sono invisibili agli occhi degli altri. Dietro il gesto estremo, c’è una sofferenza che non si vede. In molti tendono ad una facile semplificazione del tipo: “non ce l’ha fatta”, “era debole”, “non aveva motivi”. Ma la realtà è molto diversa. Il suicidio, nella maggior parte dei casi, non nasce da un singolo evento, ma da un intricato sovrapporsi di fattori quali dolore emotivo persistente, isolamento, disturbi psicologici, traumi, difficoltà economiche o relazionali.

C’è una distinzione che è davvero fondamentale aver sempre presente, perché cambia completamente il modo in cui possiamo comprendere ed aiutare. Spesso chi soffre con quella intensità che diviene sempre più insostenibile, con il suicidio non cerca la morte fine a sé stessa, ma la fine della sofferenza.

Il mito della forza purtroppo permea la nostra società. Viviamo in una cultura che esalta la resilienza ( e ormai sapete quanto il sottoscritto odi questa parola), dove la forza e la capacità di “andare avanti comunque”, rappresentano un dovere per tutti, dove l’errore non è più ammesso e soprattutto dove chi non è ritenuto adeguato viene tagliato fuori. Il peso dello stigma condiziona chi ha bisogno di chiedere aiuto, proprio per la paura di essere giudicato, perché i preconcetti la fanno ancora da padroni, quanto il tema è la salute mentale. La paura di apparire fragile, la consapevolezza che si forma dentro, di sembrare fragili e non essere capiti, porta molti di coloro che vorrebbero chiedere aiuto, a non farlo e a tacere. E succede che nel silenzio dell’anima e di di ciò che circonda, il dolore cresce e divora ogni capacità di reazione.

E allora, come intervenire, come aiutare? Ma soprattutto come accorgersi di quanto sta accadendo, alle persone che abbiamo vicino? Bisogna rendersi conto dell’importanza di ascoltare davvero. Non dobbiamo per forza avere le parole giuste ma possiamo ascoltare senza interrompere, senza far trasparire alcun giudizio e soprattutto senza mostrarsi depositari di una soluzione immediata. Insomma evitare ogni banalizzazione. Chiedere “come stai davvero” può sembrare banale, ma può fare una grande differenza. Anche se la risposta non arriva subito, sapere che qualcuno è disposto ad ascoltare può aprire uno spiraglio.

Parlare di suicidio, non “mette idee in testa”, anzi permette a chi soffre di sentirsi finalmente visto, considerato, riconosciuto e soprattutto lo fa sentire meno solo. Un piccolo brandello di sollievo può aiutare a risalire. Iniziamo ad accorgerci di chi intorno a noi, mostra segnali di disagio, come isolamento sociale, drastici cambiamenti nel comportamento o frasi di disperazione. Non commettiamo mai l’errore di ignorare questi segnali perché, anche un piccolissimo gesto di attenzione, potrebbe risultare significativo.

Se stai leggendo e senti che queste parole ti toccano da vicino, sappi che non sei solo. Anche se ora può sembrare tutto fermo e senza via d’uscita, le cose possono cambiare. Parlare con qualcuno è un primo passo. Un amico, un familiare, un professionista. Ci sono anche servizi di ascolto gratuiti e anonimi che sono pronti ad accoglierti senza giudizio. Chiedere aiuto non è un segno di debolezza. È un atto di coraggio.

Su questo tema non troveremo mai risposte semplici ed immediate, ma è necessario parlarne sempre di più. Dobbiamo aumentare la costruzione di spazi in cui il dolore possa essere condiviso, riconosciuto e piano piano alleggerito.

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